L’origine del vetro in Altare si perde nella notte dei tempi; molto suggestive e singolari sono però le leggende che la raccontano, da quella dell’Abate del Cenobio dell’ “Insula Liguria” (Isolotto di Bergeggi), di origine fiamminga, il quale viste le nostre montagne ricche di boschi di legna forte, combustibile per le fornaci di allora, tornato in patria, favorì il trasferimento di alcune famiglie di vetrai fiamminghi in Altare, a quella dei nobili Normanni che reduci da una Crociata, nel secolo XI, approdarono all’Isola di Bergeggi e che dai monaci, alcuni dei quali loro compatrioti, furono indirizzati ad impiantare fornaci per la lavorazione del vetro in Altare. Ultima ipotesi è quella che i monaci Benedettini, custodi di molte tecniche di lavorazione tra cui quella del vetro, la insegnarono ad elementi locali favorendo la nascita di questa comunità. Col passare degli anni le famiglie del luogo dettero vita ad una Corporazione chiamata “UNIVERSITA’ DEL VETRO” favorita dai Marchesi del Monferrato. I primi Statuti che regolarono doveri e diritti degli artieri vetrai risalgono al 1495, solennemente approvati il 26 Giugno del 1512 dal Principe Guglielmo Paleologo, Marchese del Monferrato, nonché da Galeotto del Carretto e dai nipoti Marchesi di Savona, consignori del luogo. Sull’osservanza di questi Statuti vegliava il Consolato dell’Arte Vitrea composto da sei Consoli eletti, fra i maestri vetrai più prestigiosi, il giorno di Natale. I Consoli avevano vasti poteri; distribuivano il lavoro, facevano osservare gli Statuti dell’Arte, provvedevano alle necessità del paese. Gravi pene erano inflitte a chi, trasgredendo, trasmetteva segreti di lavorazione o prestava la sua opera in fornaci al di fuori dell’Università. Esse andavano dalla confisca dei beni, alla pena di morte. Una condanna a morte fu inflitta nel 1641 ad alcuni vetrai colpevoli di aver lavorato in una fornace abusiva di Vado, per loro fortuna graziati poi dalla Duchessa di Mantova. I maestri vetrai, che con il permesso del Consolato si recavano ad esercitare l’arte in Italia e all’estero, vivevano in comunità ed erano guidati dal vetraio più anziano, che teneva i contatti con la Corporazione. Ogni giovedì, in questa comunità, veniva messa in tavola una scodella in più e posta all’incanto, si chiamava “scodella delle anime”. Il ricavato, inviato al Consolato dell’Arte, veniva devoluto ad opere di beneficenza e di pubblica utilità. Le lavorazioni del vetro si svolgevano da S.Martino a S.Giovanni Battista, nel periodo estivo si riparavano le fornaci e si faceva scorta di materie prime e combustibile.
L’inizio del lavoro nelle fornaci, che in un certo periodo hanno raggiunto il numero di ventidue, era solennizzato con la cerimonia della “messa del fuoco”.
Nella chiesa parrocchiale il sacerdote, benedetti due grossi ceri, li consegnava a due bimbi vestiti da angioletti che, accompagnati dai Consoli e dai maestri vetrai, si recavano alle fornaci e con quelle candele vi appiccavano il fuoco. La prima opera eseguita dal maestro soffiatore era un fiasco che doveva essere di grande capacità, perché, riempito di vino, unito ad una grande torta di riso, era portato ai lavoranti per inaugurare la lavorazione. Chi prendeva attività a lavorazione iniziata portava un grosso fiasco di vino, prima benedetto, che consumava con i compagni di lavoro. Questa usanza si chiamava “bagnare la piazza”. Il protettore dei vetrai è stato S.Filiberto, Santo molto venerato in Normandia, sostituito poi da S.Rocco, alla cui intercessione fu attribuita l’estinzione della peste manzoniana, che imperversò anche in Altare dal 1628 al 1631. A S.Rocco fu dedicata la Chiesa eretta dopo l’epidemia, costruita con il contributo dei vetrai che lavorarono gratis alcune festività. Con grande fasto si svolgevano il 16 di Agosto i festeggiamenti di S.Rocco. Cerimonie religiose, alle quali partecipavano i Consoli, i Capitani e le Capitanesse, i primi vestiti da gentiluomini con il cappello ornato di piume di struzzo e con la spada al fianco, le ultime bianco-vestite e ornate di fiori, si svolgevano dalla vigilia alla messa solenne del giorno dopo. Seguivano esibizioni dei maestri vetrai, che in gara tra di loro, eseguivano esercizi di destrezza con le bandiere, imitando le varie pose della scherma, al suono della banda. Chiudevano la festa prelibate refezioni ed eleganti veglie danzanti, alle quali accorrevano molti forestieri attratti dalla liberalità degli artisti vetrai e dalla proverbiale bellezza delle loro figliole. “L’Atè bale fie e brut parlè” recitava un antico proverbio. L’attività dell’Università del vetro proseguì, alternando periodi prosperi, ad altri critici e travagliati. Il Consolato era la prima e quasi unica autorità del paese di Altare, che si faceva carico di tutte le spese della comunità . Questo stato di cose non era gradito ad una classe emergente di cittadini formata da piccoli imprenditori, commercianti, proprietari, che nel frattempo si era evoluta. Il malcontento sfociò in lotte che durarono più di trent’anni. Il 26 Giugno 1823, per porre fine ai contrasti tra monsù e paesani, con il Manifesto Reale venne decretato lo scioglimento dell’Università. I vetrai rimasti in balia di se stessi subirono l'umiliazione di dover lavorare nelle poche fornaci rimaste in condizioni di grave sfruttamento. I vetrai più facoltosi e capaci cercarono di portare fuori Altare le loro esperienze, fondando o rilevando fornaci in ogni parte d'Italia. Altri ancora più intraprendenti si riunirono in gruppi e migrarono nell'America del Sud dove impiantarono vetrerie.
Ci vollero più di trent’anni e molta volontà per risalire la china fondando il 24 Dicembre 1856 la Società Artistico Vetraria, primo esempio di unione di capitale e lavoro in Italia della quale facevano parte 84 artisti vetrai, con un capitale sociale di lire 8256. La Società era diretta da un Consiglio di Amministrazione, eletto dall’Assemblea dei Soci, che nominava un suo Presidente. Fra i Consiglieri venivano scelti due membri che con il Presidente, due Vice Presidenti ed il Segretario costituivano il Comitato Esecutivo, organismo più snello che provvedeva alle cose urgenti riferendo poi al Consiglio. I Soci, nella veste di lavoratori, venivano rappresentati presso la Direzione dell’azienda, nella Commissione del Lavoro che si riuniva ogni venerdì, ed era composta dal Presidente del Consiglio, da un Vice Presidente, dal Direttore tecnico, da un rappresentante dell’Ufficio Commerciale e da due Commissari che curavano gli interessi diretti degli artieri vetrai. In queste sedute veniva distribuito il lavoro nelle “piazze” a seconda dell’abilità e dell’anzianità dei maestri. La stesura scritta veniva chiamata “Spartito” e vi si stabilivano i “cottimi” e gli articoli da eseguire nella settimana successiva. Si discutevano, inoltre, i reclami dei vetrai, che per motivi indipendenti dalla loro volontà, non potevano raggiungere i livelli massimi di produzione, si giudicava sulle insorgenti controversie tra i lavoratori per quanto concerneva il posto nelle “piazze”, come già accennato, tenendo conto dell’abilità e dell’anzianità. Nel 1872 viene fondata una Società di mutuo soccorso che assunse il nome di “Società per la mutua assicurazione delle pensioni ai vecchi vetrai altaresi”, modificata nel tempo, erogò ai Soci, all’atto della cessazione del lavoro una pensione mensile. Successivamente fu costituita una Mutua che sostenne i vetrai in malattia. Tutto questo fu celebrato il 10 Settembre del 1882 nella “Festa del lavoro e della previdenza” alla quale parteciparono le massime autorità della provincia e l’eminente economista On. Luigi Luzzati, Ministro del Regno poi Capo del Governo nel 1910 che dedicò alla Società Artistico Vetraria un famoso studio apparso sulla rivista “La Nuova Antologia”. La Società Artistico Vetraria nei suoi 122 anni di vita è stata fonte di lavoro per generazioni di altaresi, facendo di Altare il primo paese industrializzato della Valle Bormida. In essa si svolsero le lavorazioni più eterogenee e per questo i maestri vetrai ricevevano una istruzione professionale naturale e completa tanto da essere richiesti e apprezzati nelle vetrerie italiane ed estere. Sempre partecipe delle iniziative paesane, la Società favorì lo sviluppo di attività culturali e ricreative che distinsero Altare tra tutti i paesi della Val Bormida. Si è sciolta il 28 Aprile 1978.